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I Comuni delle Langhe

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Roascio

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Del paese si ha notizia dal 1150; appartenne al marchesato di Ceva e vi si avvicendarono quindi moltissimi feudatari: i Beccaria, i Del Carretto, i Ferrero d'Ormea, i Marozzo di Magliano ed infine i Pallavicini di Ceva. Anticamente sulla dorsale che sovrasta Roascio “Ruasium Cebanorum” si ergeva una massiccia torre quadrata della quale da molto tempo è scomparsa ogni traccia. Fuori dell'abitato è la vecchia cappella di San Grato che conserva affreschi risalenti al 1400. Antica è pure la chiesa parrocchiale dedicata all'Immacolata Concezione in cui è murata una lapide romana. Incorporato a Ceva durante il ventennio fascista, nel 1947 Roascio ha riottenuto l'autonomia comunale.
Un chilometro a valle del bivio per Roascio un'altra strada a destra, poco più di una carrareccia, raggiunge uno sperone alla quota di 560 metri sui cui sono i resti del famoso forte di Ceva: pochi ruderi di muri massicci, ricoperti di edera e parecchie gallerie scavate nella roccia arenaria, un tempo adibite a polveriere. Pure intagliata nel tufo è la sconsacrata cappella del forte, dedicata alla Vergine Addolorata, il cui simulacro fu trasportato fin dal 1796 nella collegiata di Ceva, ad evitare che fosse profanato dalle empie soldatesche sanculotte; sulle pareti resistono alcuni affreschi del '600. La fortezza, la cui costruzione fu iniziata nel 1560, da Emanuele Filiberto e condotta a termine nel 1675 da Carlo Emanuele II, aveva forma di quadrilatero, cinto di bastioni da tre parti verso le Langhe mentre a filo della rocca che strapiomba sulla città, erano caserme e casematte. Destinata a proteggere i confini del Piemonte dagli attacchi provenienti dalla Liguria e dalla Provenza, sostenne vittoriosamente quattro assedi: nel 1638 da parte di tredicimila spagnoli comandati dal generale Caracena; nel 1649 ancora da parte degli spagnoli; nel 1705, durante la guerra di successione spagnola da parte dei Gallispani; nel 1796 infine da parte dell'armata repubblicana francese. Quest'ultima difesa fu particolarmente brillante anche se Bonaparte, fatto prudente dallo scacco di Cosseria, non si accanì nell'assalto ma passò oltre lasciando il generale Fiorella a bloccare l'imprendibile cittadella.
Il generale Francesco Bruno conte di Tornafort, langhese, governatore della città e della fortezza di Ceva, ne uscì con l'onore delle armi solo dopo l'armistizio di Cherasco e previo ordine autografo del re Vittorio Amedeo III (non si era fidato nemmeno del testo della resa notificatogli da Bonaparte). Nel 1799 dopo la campagna austro­russa in Piemonte il forte fu strappato alla guarnigione francese con un audace colpo di mano, da milizie popolari delle Langhe inquadrate da nobili e da ex-ufficiali del disciolto esercito piemontese: il comandante della piazzaforte, Maris, che si era arreso senza quasi combattere fu per questo condannato a morte da un consiglio di guerra. Dopo la vittoria di Marengo, Napoleone ordinò lo smantellamento del forte, che fu compiuto in quello stesso anno 1800 e richiese  ben 6 mesi di lavori di mina.  

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Panorama

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La chiesa

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Chiesetta

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