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I Comuni delle Langhe

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Perletto

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Perletto (altitudine m. 446), secondo una leggenda dovrebbe il nome all'aver dormito nella sua torre il console romano Emilio “per il letto”. In realtà, a parte il fatto che la quadrata torre del castello è molto antica, ma non certo dell’età romana; l’esatta derivazione toponomastica é dal medioevale “Perletum” forse corruzione di “Piruletum” cioè luogo piantato a peri. Bagnato dai rivi Perletta e Tatorba, il territorio é prevalentemente coltivato a vigneti che producono circa 7000 brente di Dolcetto. 
Già appartenente al patrimonio del monastero di S. Quintino di Spigno e poi ai del Carretto ed agli Scarampi, il paese fu eretto più tardi in marchesato ed infeudato ai Gozani di Treville ed ai Gozani di San Giorgio. 
Il castello feudale
, cinto un tempo da poderose mura, passò più tardi ai Toppia, cospicua famiglia del luogo, illustrata da mons. Giovanni Francesco (1754-1828), vescovo di Vigevano, singolare figura di prelato, detto “il  vescovo del bicerin” per un suo lascito destinato a rifornire di vino la mensa dei chierici dei seminari diocesani di Acqui e di Vigevano che, da buon langarolo, non voleva assolutamente astemi.
Dai nipoti del vescovo, eredi del castello, lo affittò Vittorio Emanuele II per farne una casa di caccia da usare durante le frequenti battute su questa parte di Langa, dove godeva di una vastissima riserva reale, estesa per circa un migliaio di ettari fino a Serole ed a Roccaverano. Donnaiolo incorreggibile, il re portò nel padiglione l'ultima delle sue conquiste, la bionda ballerina Sofia Keller, austriaca, e ve la tenne a lungo quasi in segregazione, estate ed inverno, salendo a farle visita da Pollenzo con faticose cavalcate, una delle quali gli causò una polmonite portandolo sull'orlo della tomba. Guarito, riprese a frequentare la favorita, che si annoiava mortalmente in questo luogo solitario mentre la “Bela Rosina” si rodeva di gelosia, parendole che un "capriccio" diventasse, col passar del tempo, preoccupante; trovò un alleato in Rattazzi, ministro dell'interno con Cavour, andandogli ad insinuare di segreti di Stato che la Keller poteva carpire al re nell'intimità dell'alcova, quale probabile agente del Gabinetto di Vienna.
L'uomo politico alessandrino risolse la cosa con astuzia e senza scandalo facendo accompagnare la ballerina al confine del Lombardo­Veneto, non senza il viatico di un congruo numero di marenghi d’oro, tutti recanti l'effigie del suo angusto protettore. Vittorio Emanuele II andò sulle furie per questo scherzo ma fini per consolarsi presto: soltanto prese in uggia tale Perletto che mai volle rimettervi piede. Forse per questo ed anche per farsi perdonare dalla  “Rosina” acquistò poco dopo il padiglione di caccia di Fontanafredda, tra Alba e Serralunga, allora solitaria villa tra i boschi, infestati fino a qualche anno prima dal brigante Delpero e dalla sua banda; qualcosa di vero ci deve es­sere se nobilitando in quel periodo la Vercellana la volle contessa oltreché di Mirafiori anche di Fontanafredda: un predicato che ha tutto il sapore della riconciliazione, tra il volubile sovrano donnaiolo e la sua futura sposa morganatica.     
Il castello di Perletto, venduto dai Toppia, perché gravemente
danneggiato e spogliato dai vari occupanti durante la lotta partigiana, ospita ora le villeggiature dei chierici di una congregazione missionaria ligure, la P. Opera “Regina Apostolorum”. Il poco che restava dell’arredamento fu venduto ad antiquari ed un arricchito di guerra si aggiudicò, pare, il talamo degli amori del re e della ballerina.  

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