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I Comuni delle Langhe

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Alba

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Capitale riconosciuta e porta settentrionale delle Langhe per la posizione eccentrica, sulla sponda destra del Tanaro ed ai piedi dell'altopiano collinare che vi degrada con le più basse delle sue propaggini, Alba è una città che della Langa e della sua tormentata storia, più che bimillenaria, conserva molti ricordi ma scarsi monumenti. Troppe volte invasa e saccheggiata attraverso i secoli, essa non può offrire oggi a chi cerchi vestigia del suo passato che qualche antica chiesa e alcune fra le molte torri che si ergevano orgogliose sopra le sue case (se fossero davvero cento come affermano gli albesi con campanilismo quasi innocente ma che si identificò con l'amor di patria, tingendosi di fuoco e di sangue, ai tempi delle spietate rivalità fra i vecchi comuni mercantili piemontesi, nessuno è in grado di documentare). In parte smorzate all'altezza dei tetti ne sopravvivono una ventina, erette per vanità patrizia, ma anche per difesa nei secoli XIII-XIV e, racchiuse nel perimetro non vasto del centro storico, contribuiscono a dare alla città quel colore rosseggiante non ancora soffocato dal cemento armato delle case sorte nel dopoguerra di generale uniformità edilizia.
Se il richiamo esercitato sui visitatori, particolarmente numerosi nell'autunno, è di carattere prevalentemente gastronomico e legato alla "Fiera del Tartufo", Alba merita tuttavia un'attenzione non limitata ai piaceri del palato, l'amore per la buona tavola e, meglio ancora, per la più raffinata arte culinaria che può conciliare peraltro benissimo le aspirazioni edonistiche con quelle culturali, ed il suo accattivante invito a percorrere strade e piazze con occhio meno distratto non può lasciar delusi: pochi monumenti si è detto, ma tutti di buon livello ad avvolti da un'atmosfera nobile e rustica ad un tempo, che è un po' il respiro della città.
Dalla piazza Duomo, antico centro della vita albese, col palazzo del Comune (sotto il cui porticato pendeva un tempo il "Libro della Catena", pubblico repertorio di leggi e decreti che iniziava con gli statuti del 1224) e le due torri signorili delle case Porta e Dacomo, come dalla vivace via Maestra e dalla severa via Cavour (dove il capriccioso allineamento delle facciate ha ancora l'impronta della tortuosità medievale) si dipartono viuzze silenziose e strette come corridoi di un vecchio castello disabitato e di cui ogni porta ed ogni andito pare celare il mistero di dolenti vicende d'armi e d'assedi, chiuso nel segreto dei muri vetusti.
All'angustia e alla sinuosità delle vie si contrappone il buon numero e la vastità delle piazze "opportunamente disposte per procacciare maggiore agevolezza al commercio", come da più di uno scrittore si è osservato ed è una caratteristica tipica anche questa della città dove il plurisecolare mercato del sabato, anche in clima di intensa trasformazione industriale non ha ceduto la sua importanza nell'economia delle Langhe. Centro di traffici non soltanto locali, fin dal medioevo quando i vini, le tele e le pelli del Piemonte "scambiavasi colle robe della Riviera ligure", provenienti , via mare, da ogni pese d'Europa e d'Oriente, la "piazza" di Alba godeva di buona ed estesa fama e il suo mercato di singolari privilegi per agevolare l'afflusso degli avventori: in giorno di sabato non si potevano eseguire arresti tranne che per i crimini flagranti ed era inibita "ogni molestia per debiti contratti antecedentemente". 
Le origini della città si perdono nella preistoria. Nella zona esiste un'estesa stazione neolitica, alla profondità di circa tre metri, con giacimenti notevoli di materiali che hanno fornito esemplari rappresentativi delle principali fasi di evoluzione (dall'età della pietra a quella del bronzo e del ferro) alle raccolte del museo Kircheriano di Roma e a quelle del locale Museo storico-archeologico "Federico Eusebio".
Fondatori di Alba pare fossero stati i Liguri Stazielli, confusi poi con i Galli dopo l'invasione del 400 a.C. e guerreggianti contro Roma, quali alleati di Annibale e di suo fratello Magone, a fianco di Cartaginesi e di altre genti cisalpine. Sanguinosa la reazione romana ma non agevoli conquista e sottomissione; gli Stazielli, gente bellicosa, tennero viva a lungo la guerriglia contro le pesanti e poco maneggevoli legioni, il che non impedì però che la città fosse infine presa e rasa al suolo dal proconsole Marco Pompilio verso il 173 a.C.
Il processo di pacificazione ed assimilazione di vincitori e vinti dovette essere però assai rapido, frutto dell'abile politica di oculati governatori come Emilio Lepido ed Elvio Peto, perché a meno di un secolo Alba era già risorta e completamente romanizzata, tanto da essere eretta alla dignità di municipio federato nell'89 a.C. e da ricevere, quarant'anni dopo, la cittadinanza romana, grazie al console Gneo Pompeo Strabone in onore del quale assunse l'attributo di "Pompeia".
Gravose le vicissitudini dei secoli successivi alla caduta dell'Impero sotto l'ondata dei Goti, il dominio dei Longobardi e di Carlo Magno, l'invasione degli Ungari e le incursioni dei Saraceni che desolarono la regione e distrussero un'altra volta la Città. 
Evangelizzata fin dal III secolo per la predicazione di San Dalmazzo e pio dei Santi Cassanio e Frontiniano, che subirono la  decapitazione sotto le sue mura, Alba era stata eretta in diocesi nel 391, avendo il suo primo vescovo nel milanese San Dionisio, discepolo di Sant'Eusebio, che perì esiliato e martirizzato dagli Ariani, immiserito e terrorizzato dalle scorrerie islamiche. Folcardo, ottavo a portarne la mitra, abdicò a favore del vescovo di Asti, Rozone, che però non poté unire le due cattedre e nel 992 quella albese tornò al nuovo pastore, Costantino. E' della stessa epoca il condominio sulla città e contea del vescovo e  del conte Oberto, a cui subentrarono, per eredità, Bonifacio I marchese del Vasto ed i suoi sette figli (1125), impadronitisi di tutte le Langhe; patrocinata da uno di questi, Manfredo I detto lancia, Alba ottenne benevolenza e diritti di regalia da Federico Barbarossa, calato in Italia, ma ne fu però trascinata alle prime disastrose guerre contro Asti, appartenente alla Lega Lombarda.
Il rapido declino del potere dei vescovi e dei conti aveva intanto portato al sorgere del Comune, retto dai consoli e quindi dal podestà, primo dei quali fu, nel 1194, Rolando Balbo.
Alacre nei traffici e nel credito ma incerta nel governo, la città farà d'ora in poi tutte le scelte sbagliate e quelle poche volte che seppe trovare la via giusta l'altrui cupidigia di dominio svolgerà a suo sfavore le fluttuanti sorti della politica.
Errato comunque il voltafaccia da ghibellina a guelfa, che la induce, dopo oltre un secolo di fedeltà all'impero, ad abbandonare Manfredi e la sua casa per schierarsi con Carlo d'Angiò; Asti, più repubblicana che mai e gelosa della propria supremazia economica farà pagare a caro prezzo il passo falso della rivale.
Ed inizia per Alba la tragica girandola delle alleanze stipulate e tradite, dei compromessi opportunistici e del pavido destreggiarsi fra le potenze in lotta: svigorita nelle armi e straziata dalle fazioni interne sarà ormai facile preda delle ambizioni dell'ultimo vincitore della partita, passando di mano, fra il 1259 e il 1368, dai Provenzali ai Monferrini, dagli Imperiali agli Angioini, dai Saluzzesi ai viscontei e quindi ai mercenari inglesi del duca di Clarence che la venderanno, per 26 mila fiorini d'oro, al marchese del Monferrato, ai cui domini apparterrà per due secoli e mezzo.
Il conflitto per la successione del Monferrato, nel quadro delle contese tra Francesco I e Carlo V, risolto nel 1534 a favore dei Gonzaga duchi di Mantova, non farà mutar signoria ad Alba pur coinvolgendola, col resto del Piemonte, nello strazio delle guerre che oppongono francesi ed imperiali: presa e ripresa sette volte dai belligeranti nello spazio di vent'anni, si ritroverà, all'indomani della pace di Cateau-Cambrésis (1559) devastata e quasi priva di abitanti. Nel 1613, al riaprirsi della successione del Monferrato, é Carlo Emanuele I di Savoia ad espugnare, in tre diverse spedizioni, la città, che però dovrà restituire nel 1618. Vi si insedierà definitivamente dieci anni dopo, piantandovi un'insegna destinata a restarvi, con la sanzione della pace di Cherasco (1631) contro la cessione di Pinerolo alla Francia.
La riunione di Alba allo stato sabaudo, sia pure avvenuta mente vi infuria la pese, segna una tappa finalmente positiva nella sua vita travagliata: eretta a capoluogo di provincia di una nazione relativamente forte tra le più progredite del tempo, con la conferma degli antichi statuti e privilegi, può sperare ora in un futuro di relativa prosperità, almeno nelle lunghe parentesi di pace. Rivedrà i francesi sotto le mura il 21 febbraio 1705, durante la guerra per la successione spagnola ma le sue milizie e gli "alemanni" (truppe del principe Eugenio) corroborati da 62 brente di vino "somministrate in occasione dell'armata e difesa della città" riuscivano a respingerli, preludio alla vittoriosa battaglia di Torino dell'anno dopo che deciderà le sorti della grande competizione europea dando a Vittorio Amedeo II la corona di re e ad Alba quella parte di Langhe ancora appartenenti al Monferrato.
Nell'aprile del 1796, dopo le vittorie napoleoniche, per iniziativa di un "club" giacobino, capeggiato dal sindaco Bonafous, dal tribuno vercellese Antonio Ranza e dall'avvocato Francesco Antonio Sineo di Roddi è la prima municipalità in Piemonte a rizzare "l'albero della libertà", proclamando "repubblica - libertà - egualità" ed inviando a Cherasco le chiavi in omaggio a Buonaparte; poi, allontanatisi i soldati del gen. Laharpe e ristabilito il governo assoluto, i precursori della rivoluzione devono esultare o stare nascosti per altri due anni in attesa che maturino gli eventi, ma l'episodio non è privo di significato nella storia cittadina. Ancora una volta, in tempi recenti, Alba è pronta a pagare col sangue il suo amore per la libertà. Dal 10 ottobre al 2 novembre 1944, la città vive la sua esaltante avventura di territorio strappato all'invasore, sotto la difesa armata dei partigiani mentre tutto il resto d'Italia a nord della "linea gotica" e gran parte dell'Europa sono oppressi dalle armate tedesche. Sottoposta ad una massiccia offensiva nazifascista la città, assurta a capitale della Resistenza, deve essere evacuata dai suoi difensori del I Gruppo divisioni alpine "Mauri" per risparmiarle gli orrori della totale distruzione a cui è condannata se uno alzerà bandiera bianca. Dopo un'impari lotta, accettata da partigiani e cittadini per l'onore dell'Italia risorta, le cannonate tempestano le case di una città deserta: il cuore e le braccia valide di Alba sono sulle Langhe dove si continua combattere e a morire per la libertà. Ripresa, con un ardito colpo di mano, il 15 aprile 1945, poiché il nemico, asserragliato in alcuni edifici, rifiuta la capitolazione, si rinuncia a tenerla occupata onde evitare altre sofferenze alla popolazione, che saluterà pochi giorni dopo i partigiani vittoriosi scesi dalle colline per liberarla.
La motivazione della medaglia d'oro al V.M. che brilla sul suo gonfalone crociato con i simboli dei quattro evangelisti, così sintetizza la compatta volontà di riscossa che ha animato la città nei venti mesi della guerra di Liberazione: "Centro delle Langhe ha vissuto l'epopea della lotta partigiana contro l'oppressione nazifascista, simboleggiando l'eroismo ed il martirio di tutta la regione. Rettasi a libertà per un mese, veniva poi attaccata da preponderanti forze, e con unanime decisione di popolo preferiva alla resa offerta dal nemico la resistenza a fianco dei figli militanti nelle forze partigiane. Cosciente del sacrificio, fiera nella resistenza, durante lunghi mesi di lotta confermava il retaggio delle centenarie tradizioni di valore guerriero. Settembre 1943 - Aprile 1945".
La visita di Alba può iniziarsi da piazza del Duomo, pittoresca ed animata, con bassi portichetti e vecchi caffè dell'epoca romantica, ove vi sorge il già citato Palazzo del Comune la cui aula consiliare è ricca di notevoli dipinti; il più importante fra tutti, riccamente incorniciata è una tavola di Macrino D'Alba raffigurante la madonna in trono con bambino che stringe una mela, S. Francesco d'Assisi, S. Tommaso d'Aquino e due dame ornanti. Pregevoli anche una pala d'altare, di ignoto, ed un "concerto" del caravaggesco Mattia Preti. Domina la piazza la cattedrale di San Lorenzo, imponente edificio che forse già esisteva in linee romaniche, nel secolo XII, ma che venne ricostruito completamente nel 1486 e poi rimaneggiato più volte in epoche successive. Di architettura gotico-lombarta, ha un interno severo e maestoso, a croce latina, diviso in tre navate con archi e volte ogivali. In esso l'opera più notevole è il cinquecentesco coro ligneo composto di 35 stalli dai dossali intarsiati in legno di diversi colori e rappresentanti paesaggi, città, palazzi, nonchè simboli liturgici; l'eseguì il cremonese Bernardino Fossati detto Cidonio.
In stile barocco sono l'altare maggiore e le due cappelle laterali che si fronteggiano, dedicate al S.S. Sacramento ed a San Teobaldo Ruggeri da Vicoforte, compatrono di Alba. A lato del presbiterio è il sepolcro in pietra di Andrea Novelli da Torino, vescovo dal 1483 al 1521, a cui si deve la riedificazione della cattedrale. Purtroppo da un punto di vista strutturale, questo rifacimento venne male eseguito sicché nei secoli successivi si ebbero crolli preoccupanti ed innumerevoli riparazioni che servirono a ben poco se, nel 1789, il tempio venne chiuso e dichiarato pericolante. Rappezzato al meglio , fu restaurato definitivamente tra il 1867 e il 1872, per iniziativa dell'allora arciprete don Andrea Formica, poi vescovo di Cuneo, su disegni dell'architetto vercellese Edoardo Arborio Mella; questi portò a termine l'incompiuta facciata, dandole l'attuale forma tripartita col rosone centrale ed i due finestroni laterali che sovrastano un atrio ad arcate. Il campanile è un'antica torre romanica del sec. X che nel 1400 venne incorporata in massicci muri, ingentiliti da bifore; la scala sale nel vano tra queste pareti; sulla guglia terminale è un galletto, derivato pare, da uno stemma vescovile.
A pochi passi dal Duomo, prendendo a destra, si raggiunge la chiesa di San Domenico, in stile gotico primitivo, edificata verso la fine del XIII secolo, con bel portale a strombo, costituito da colonnette in cotto e pietre arenaria. Sebbene dal tempo della Rivoluzione francese sia stata adibita a scuderia militare conserva, sotto le tre navate, resti di affreschi di epoche e mani diverse e, nell'abside, a destra, il mausoleo si Saracena Novelli (madre di Ippolito Novelli, quarantunesimo vescovo di Alba) con ricco sarcofago rinascimentale del 1491. Nella seconda campata della navata sinistra è un grande gruppo marmoreo di Leonardo Bistolfi, "La Pietà", fattovi collocare nel 1949 dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, in memoria dei caduti della guerra di Liberazione.
Per via Cavour, sul lato opposto alla cattedrale e via Macrino, fiancheggiate entrambe da edifici medioevali (torre Astesiano, Loggia dei Mercanti ed una nobile casa torre con resti di finestre a sesto acuto) si perviene in piazza San Giovanni la cui armoniosa cornice di vetuste costruzioni, recentemente spezzata da anacronistiche facciate moderne, inquadra ogni sabato, il chiassoso mercato del pollame, a cui si aggiunge in autunno, quello dei tartufi. Vi si affaccia la barocca Chiesa di San Giovanni Battista, già degli agostiniani, più volte ricostruita ed ampliata. Nell'interno, a pianta basilicale, sono alcune importanti opere figurative: quadro di Macrino D'Alba firmato e datato 1508 “L'adorazione del Bambino”; quadro della Madonna delle Grazie con Bambino di Barnaba di Modena, firmato e datato 1377; nel presbiterio, dipinto su legno di pioppo, raffigurante la Vergine in trono con Bambino, S. Agostino e S. Lucia, attribuito da alcuni a Macrino D'Alba e da altri al braidese Gandolfino da Roreto. Nel coro si trova pure un sedile di noce intagliato del sec. XV, con scene sacre in bassorilievo, attribuito al pavese Urbanino de Surso.
Di ritono in piazza del Duomo si imbocca la via Vittorio Emanuele II o meglio detta Via Maestra, principale arteria cittadina, che attraversa tutta la vecchia Alba, sfociando in piazza Savona. Parecchi negozi sono sull'uno e sull'altro lato dell'antica contrada, un po' sghemba, gli edifici a carattere monumentale: case medievali, palazzi, chiese. Da citare fra i primi, a sinistra la casa Fontana, bell'esemplare di costruzione del 1400, con elegante fregio di terracotta sulla facciata; a destra, il palazzo Degiacomi adorno, nell'atrio, di un bassorilievo del '500 rappresentante San Giorgio; il palazzo dei conti Belli, un'altra casa medievale con decorazione esterna in cotto; il palazzo Serralunga e, più oltre ancora, una casa quattrocentesca con tre ordini di archetti ogivali.Sul lato destro sorge la bella chiesa barocca di Santa Maria Maddalena, dall'incompiuta facciata in mattoni a vista, bruniti dagli anni, edificata nella prima metà del 1700, dai disegni dell'architetto Bernardo Vittone, in sostituzione di quella preesistente che apparteneva all'annesso monastero Domenicano. Questo, passato in proprietà al comune, non ha altri meriti se non quello di un vasto cortile che ospita le maggiori manifestazioni cittadine. L'interno della chiesa è tipicamente barocco a pianta ellittica con due altari laterali, oltre a quello maggiore, dietro il quale è un grandioso coro ligneo.Nella cappella di sinistra, si conserva il corpo incorrotto della Beata Margheria di Savoia Acacja, fondatrice del convento in cui visse santamente per 44 anni.
Quasi di fronte a quella della Maddalena è un'altra chiesa barocca assai meno fastosa, la parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano, costruita nel 1786, dall'architetto albese Carlo Francesco Rangone di Montelupo. 
La via Maestra, di cui un paio di costruzioni moderne non sono riuscite per ora ad alterare la nobile e dignitosa fisionomia d'altri tempi, sbocca infine in piazza Savona. Qui, anche se i palazzi a portici che si fronteggiano sui due lati maggiori sono di ispirazione ottocentesca, ci si incontra con una nuova Alba, quella dell'industria e del turismo; è un po' il salotto buono in cui gli albesi ricevono i forestieri venuti per affari o in pellegrinaggio eno-gastronomico, un salotto dall'arredamento alquanto eterogeneo in cui il vecchio si mescola al nuovo con un effetto peraltro non sgradevole ma, al contrario, accogliente e cordiale, che mette subito a suo agio il nuovo arrivato. Al posto d'onore è la fontana luminosa dedicata al Cavaliere del Lavoro Giovanni Ferrero creatore, con il fratello Pietro, della maggiore industria dolciaria italiana. Poco lontano da piazza Savona ha sede il maggiore centro dell'editoria cattolica italiana, la Pia Società San  Paolo,che conferisce appunto il nome alla piazza (Piazza San Paolo), qui fondata nel 1914 dal teologo Giacomo Alberione, dalla cui rotativa esce il diffusissimo settimanale "Famiglia Cristiana". Altra piazza giovane, ma che ha raccolto un'eredità antica, è quella dedicata a Cristo Re, dove, durante la vendemmia, si tiene il mercato quotidiano delle uve di grossa produzione. Fra gli edifici di qualche interesse storico o artistico sono ancora da ricordare il palazzo vescovile in piazza monsignor Grassi e il settecentesco palazzo del seminario, sulla piazza Vittorio Veneto, accanto al quale sorge la chiesa barocca di Santa Caterina e la sede dell'ospedale San Lazzaro che ancora rivela in parte la su a origine di costruzione militare nell'antica cerchia della città. 
Tra le glorie del passato Alba ha anche quella di essere stata patria di uomini illustri, oltre ai già citati Elvio Pertinace (imperatore romano) e Macrino(pittore); nella politica il primo posto, non soltanto in ordine cronologico, tocca a Pietrino Belli (1502-1575), eminente giurista, ministro ed ambasciatore di Carlo V, Filippo II, ed Emanuele Filiberto, di cui fu ascoltato consigliere, che tra i molti meriti ha anche quello di aver promosso e presieduto in Piemonte il primo tribunale per le controversie di lavoro. Michele Coppino (1822-1911), figlio di un povero ciabattino di porta Tanaro, asceso per ingegno e volontà alla cattedra universitaria, deputato di Alba per quindici legislature, due volte Presidente della Camera e ministro della Pubblica Istruzione con Rattazzi, Depretis, Crispi e Cairoli ha legato il suo nome alla riforma della scuola elementare, divenuta nel 1877 pubblica, obbligatoria e gratuita. Ancora tra i politici meritano di essere citati Teobaldo Calissano che fu al governo con Giolitti e Teodoro Bubbio con De Gasperi.
Un posto a sé merita il barone Giuseppe Vernazza di Freney (1745-1822) storico, archeologo, ed erudito, diligente indagatore di archivi, cultore di numismatica e di araldica e biografo di molti illustri piemontesi, accademico delle scienze, docente di paleografia, bibliotecario e storiografo ufficiale di Carlo Alberto, lasciò morendo una miscellanea di cento volumi, autentica miniera documentaria sulla storia, sull'arte e sul costume dei subalpini. 
Albese fu pure il generale Giuseppe Govone (1825-1872) valoroso soldato del risorgimento, ma anche accortissimo diplomatico.

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Le torri

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Il duomo

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Il municipio

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Chiesa della Maddalena

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La chiesa

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Via Maestra

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La fiera del tartufo

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Il tartufo bianco d'Alba

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L'interno del Duomo

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