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I grandi
Vini di Langa > Attuali Tecniche di Produzione
I vini (v.) presentano ciascuno
un colore caratteristico che va dal bianco al
giallo-verdognolo, al rosato, al rosso vivo, al
viola scuro; tipici sono anche l'aroma e la
fragranza, che determinano il cosiddetto bouquet,
il gusto e il corpo. La classificazione
merceologica tiene conto di molti fattori, fra i
quali fondamentali il gusto, il grado alcolico,
l'annata di raccolta e vinificazione delle uve, il
vitigno originario, il terreno e il clima nel
quale si è messa a coltura la vite (p. es. i
terreni calcarei danno v. di elevata gradazione
alcolica; quelli vulcanici, v. di corpo; quelli
silicei, v. delicati). Per la vinificazione
importante è anche l'indice di maturazione delle
uve; uve supermature presentano minore acidità ma
più elevato tenore in zuccheri, per cui possono
essere utilizzate per ottenere v. passiti. Con uve
di medio contenuto alcolico si ottengono v. da
pasto bianchi (gradazione alcolica minima 9 gradi)
o rossi (gradazione alcolica minima 10 gradi);
questi v. possono essere lasciati invecchiare,
ottenendo v. superiori, a denominazione
controllata, con un più elevato grado alcolico.
Con uve ricche di colore, estratti e alcol si
ottengono v. da taglio utilizzati per mescolare v.
più pregiati ma di minor robustezza o per
effettuare lavorazioni particolari. Alcune uve
particolarmente profumate e aromatiche servono per
la produzione dei v. da dessert, mentre altre
(essenzialmente bianche) consentono la
preparazione degli spumanti naturali. La prima
operazione del ciclo di produzione del v. è la
pigiatura effettuata industrialmente mediante
macchine pigiatrici; per le uve destinate alla
vinificazione in bianco (senza bucce) si
utilizzano torchi. Il prodotto finale della
pigiatura è il mosto che ha una resa di circa un
quintale per 125 kg di uva. Il mosto viene messo
in tini accuratamente puliti e se necessario ne
viene corretta la composizione chimica (zucchero,
acidità, colore ed estratti) per ottenere un
risultato migliore. L'impiego dell'anidride
solforosa è pratica enologica assai diffusa:
subito dopo l'ammostatura viene realizzata la
solfitazione (in dosi diverse, comprese tra i 5 e
i 20 g ql a secondo della qualità delle uve, del
loro grado zuccherino e dello stato sanitario)
tramite l'impiego di anidride solforosa allo stato
gassoso in bombole o sotto forma di bisolfito di
potassio. L'aggiunta di anidride solforosa al
mosto: consente di bloccare l'attività dei
lieviti presenti naturalmente, eliminando quindi
la flora indesiderabile ai fini di una corretta
fermentazione che può essere quindi ripresa con
l'impiego di lieviti selezionati; elimina, con una
azione selettiva, i lieviti 'selvaggi', favorendo
invece il prevalere di quelli ellittici, più
resistenti e maggiormente idonei a una
fermentazione equilibrata; favorisce una prima
defecazione provocando la precipitazione delle
sostanze colloidali presenti che altrimenti
intorbidirebbero il mosto; esercita un'azione
solubilizzante delle sostanze coloranti
localizzate nella buccia degli acini e svolge un
ruolo protettivo come antiossidante nei confronti
del mosto. La seconda fase è costituita dalla
vinificazione, cioè dalla fermentazione alcolica
del mosto, effettuata in tini aperti. Quando il
mosto viene separato da bucce e graspi per cui si
fa fermentare il solo succo si ha la vinificazione
in bianco, cioè si ottiene v. bianco anche se le
uve di partenza erano nere. Si ha invece
vinificazione in rosso quando si fa fermentare il
mosto insieme con le vinacce: durante la
fermentazione in rosso si forma il cappello, cioè
l'insieme delle bucce e dei graspi che si
raccolgono in superficie, per cui sono necessarie
follature, cioè rimescolamenti che evitano l'acetificazione
del cappello e favoriscono l'arieggiamento del
mosto. Non sono necessarie follature se la
fermentazione viene fatta a cappello sommerso
entro tini in cui un diaframma a fori tiene
immerso il cappello e un sistema di rimontaggio
pompa il mosto dal basso per portarlo alla
superficie. Molto utilizzati sono i tini nei quali
il mosto circola automaticamente a causa della
corrente che si instaura al suo interno, dovuta
alla leggerezza del liquido idroalcolico che si
forma; fra questi tini a rimontaggio automatico, i
migliori sono i tini-anfora, costituiti da due
scomparti comunicanti per mezzo di un tubo di
legno e di una stretta apertura munita di una
griglia forata nella parte inferiore. In questi
l'anidride carbonica che si forma spinge il
cappello verso la grata che lo tiene sommerso e
impedisce il passaggio del mosto che, a causa
della pressione del gas che si forma nella
fermentazione, viene spinto attraverso il tubo di
legno nello scomparto superiore del tino
imprimendo così un movimento continuo al liquido.
Nella vinificazione in bianco non sono necessarie
follature e l'arieggiamento si ottiene insufflando
aria nel tino. La vinificazione dura da 24 ore a
una settimana secondo la qualità di vino in
produzione e del clima nel quale si opera. Un
clima caldo, infatti, accelera la fermentazione
alcolica provocata dai lieviti presenti nella
buccia delle uve; variazioni nella fermentazione
vengono provocate aggiungendo al mosto particolari
lieviti selezionati in modo da far sviluppare alle
uve in lavorazione il loro bouquet e il
gusto caratteristici. Durante la vinificazione si
ottengono molti prodotti intermedi, quali la
glicerina, l'acido acetico, l'acetilmetilcarbinolo
e l'acido lattico, dovuti alla fermentazione dello
zucchero, alcol superiori dovuti alla
fermentazione blastomicetica degli amminoacidi,
acido succinico derivato dagli zuccheri e
dall'acido glutammico e alcol metilico dovuto alle
sostanze pectiche. Alla vinificazione segue la
svinatura, cioè la separazione del mosto dalle
vinacce, che può essere anticipata o ritardata
secondo la qualità delle uve in lavorazione; le
vinacce della vinificazione in rosso vengono
utilizzate, dopo torchiatura, come mangime e per
la produzione di alcol, acido tartarico, aceto,
vinelli, secondi vini, grappe; le vinacce della
vinificazione in bianco (vinacce vergini) vengono
torchiate per ottenere v. torchiato: il v.
ottenuto dalla prima torchiatura viene aggiunto al
vinofiore mentre quello derivato dalle torchiature
successive viene utilizzato tagliato con v. poco
pregiati ma di alta gradazione alcolica. Il v.
ottenuto dalla svinatura a volte necessita di
correzione del titolo alcolico, dell'acidità o
del colore, oppure di miglioramento delle
caratteristiche organolettiche: ciò può essere
ottenuto mediante il taglio, la rifermentazione in
presenza di vinaccia fresca non torchiata o la
concentrazione. Il taglio dei v. è la pratica
più diffusa e lo si realizza mescolando opportune
percentuali di v. da taglio, oppure correggendo il
mosto povero di zucchero aggiungendo mosto
concentrato; per diluire mosti ricchi di zucchero
si ricorre, invece, all'aggiunta di acqua
acidulata con acido tartarico. La scarsa acidità
dei mosti viene corretta mediante taglio con mosti
ad acidità maggiore oppure mediante aggiunta di
acido tartarico o acido citrico nella misura
consentita per legge, cioè dell'uno per mille. Un
aumento dell'acidità si ottiene anche mediante
solfataggio, cioè per aggiunta di solfato di
calcio sempre nella misura dell'uno per mille. La
diminuzione dell'acidità si ottiene per
neutralizzazione diretta con aggiunta di carbonato
di calcio o carbonato di potassio. Il colore viene
corretto in vari modi: per aggiunta di enocianina
oppure del prodotto di ebollizione del mosto con
graspi e bucce e inoltre limitando al minimo le
follature. Il v. spillato dai tini viene messo
entro botti o in cisterne di cemento impermeabile,
mantenute a 15 °C, dove avviene la fermentazione
alcolica secondaria: durante questa fase si
realizza la trasformazione dello zucchero residuo
e si ha una conseguente perdita di volume che, per
non avere alterazione del v., viene ovviata
mediante colmature delle botti fatte con v. della
stessa qualità. Il v. viene poi sottoposto a
travasi regolari per separarlo dal deposito che si
forma al fondo delle botti o delle cisterne
(feccia). Si realizza così l'invecchiamento del
v. che può avere una durata di mesi o di anni
secondo la qualità del vino. Il v., prima di
essere posto in vendita, viene filtrato e
chiarificato; spesso, per conservare v. tagliati
di poco pregio si ricorre alla sterilizzazione
mediante pastorizzazione a 65 °C per 15 minuti o
mediante stassanizzazione a 75 °C per 20-60
secondi; infine il v. viene sottoposto a
refrigerazione prolungata a 2-1 °C e a nuova
filtrazione a bassa temperatura. Il v. viene
infine imbottigliato in bottiglie sterili chiuse
con tappi a corona sterili o con tappi di sughero.
Sulle bottiglie viene attaccata un'etichetta in
cui deve essere indicato il titolo alcolico e, per
le produzioni a denominazione di origine
controllata, l'annata, il numero di serie e il
marchio depositato. Il v. è un prodotto che viene
spesso sottoposto a sofisticazioni e a frodi per
cui i v. in commercio vengono periodicamente
controllati dalla polizia annonaria per verificare
che il loro contenuto corrisponda alla qualità di
v. denunciato in etichetta e regolamentata da
disposizioni di legge. Il vino soggiace a una
numerosa serie di alterazioni di carattere fisico,
chimico e microbico, frequenti soprattutto se,
durante le diverse fasi lavorative, non si sono
osservate le norme più idonee dal punto di vista
igienico ed enologico. Comuni anomalie di
carattere chimico-fisico sono dovute alla
precipitazione di composti ferrici e rameosi che
possono provocare intorpidamento del v. e
alterazioni nel colore: la presenza di ioni ferro
e rame nel vino, insieme con altri elementi –
composti tannici, temperatura, pII, ecc. –
facilita la formazione di complessi insolubili che
incidono negativamente sulla sua conservazione.
Ancora più frequenti sono le alterazioni
microbiche soprattutto costituite da: fioretta,
dovuta a lieviti del genere Candida,
riconoscibile dal formarsi di un sottile velo
biancastro che si trasforma velocemente in una
membrana più spessa e rugosa. I v. attaccati –
spesso poveri in acidità – presentano modifiche
nella composizione: diminuiscono l'acidità totale
e il grado alcolico, aumentano il tenore in
aldeide acetica. Attualmente l'uso di moderni
contenitori in acciaio o rivestiti con resine e
l'impiego della pastorizzazione del v. consentono
di ridurre al minimo gli inquinamenti causati da
fioretta; spunto ed acescenza: gli agenti
responsabili (appartenenti al genere Acetobacter
provocano l'ossidazione dell'alcol etilico ad
acido acetico che, se presente in dosi anormali,
conferisce al vino un caratteristico e sgradevole
aroma. Un giusto impiego dell'anidride solforosa e
il rispetto di alcune norme di igiene durante la
vinificazione consentono di evitare la presenza
dei batteri acetici, difficilmente eliminabili una
volta attaccato il vino. Altre alterazioni di
natura microbica, causate da batteri lattici sono
il girato e l'amaro, entrambi attualmente meno
diffusi grazie a un più razionale impiego della
solfitazione.
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