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Cesare
Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano
Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di
Cuneo, dove il padre, cancelliere del tribunale di
Torino, aveva un podere. Ben presto la famiglia si
trasferisce a Torino, anche se le colline del suo
paese rimarranno per sempre impresse nella mente
dello scrittore e si fonderanno pascolianamente
con l’idea mitica dell’infanzia e della
nostalgia. Il padre di Cesare muore quasi subito:
questo episodio inciderà molto sull’indole del
ragazzo, già di per sé scontroso e
introverso.
Molti si sono occupati dell’adolescenza di
Cesare, di questo ragazzo timido, amante dei
libri, della natura e sempre pronto ad isolarsi
dagli altri, a nascondersi, a inseguire farfalle e
uccelli, a sondare il mistero dei boschi.
Davide Laiolo, suo grande amico, in un libro
intitolato Il vizio assurdo tende ad evidenziare
due elementi fondamentali: la morte del padre e il
conseguente irrigidirsi della madre che, con la
sua freddezza ed il suo riserbo, attuerà un
sistema educativo più da padre asciutto ed aspro
che non da madre affettuosa e dolce. L’altro
elemento è la tendenza al "vizio
assurdo" , la vocazione suicida. Ritroviamo
infatti sempre un accenno alla mania suicida in
tutte le lettere del periodo liceale, soprattutto
quelle dirette all’amico Mario Sturani.
Questo mondo adolescente di Cesare, così
difficile, così traboccante di solitudine e di
isolamento per Monti sarebbe invece il risultato
della introversione tipica della adolescenza, per
Fernandez la risultante di traumi infantili (morte
del padre e mondo femminile in cui viene allevato,
desiderio inconscio di autopunizione). Per altri
ancora invece il dramma della impotenza sessuale,
indimostrabile forse, ma a momenti rintracciabile
in alcune pagine de Il Mestiere di vivere.
Qualunque sia l’interpretazione che si vuole
dare a questi primi anni, non si può negare che
si profila subito in essi la storia di un destino
tragico e amaro, evidenziato da un disperato
bisogno d’amore, da una ricerca di apertura
verso gli altri, verso il mondo, verso le
relazioni interpersonali, destino di solitudine,
di amarezza, di disperata sconfitta.Una grande
dicotomia tra l’attrazione per la solitudine ed
il bisogno di non essere solo.
Dibattuto tra gli estremi di una orgogliosa
affermazione di sé e della constatazione di una
sua inadattabilità alla vita, Pavese sceglie fin
da ragazzo la letteratura "come schermo
metaforico della sua condizione esistenziale"
(Venturi), in essa cercando la risoluzione dei
suoi conflitti interiori.
Studia nell’Istituto "Sociale" dei
Gesuiti e nel "Ginnasio moderno" quindi
passa al Liceo "D’Azeglio", dove avrà
come professore un maestro d’umanità, Augusto
Monti, al quale molti intellettuali torinesi di
quegli anni devono tanto. L’ingresso al liceo
"D’Azeglio" è di somma importanza per
la vita di Cesare, il quale tra il 1923 e il 1926
partecipa a quel rinnovamento delle coscienze che
non solo esercitava l’azione educatrice di Monti
ma che trovava concretezza e palpabilità nell’opera
di Gramsci e Gobetti. Dapprima Pavese è assai
riluttante ad impegnarsi attivamente nella lotta
politica, verso la quale egli non nutre grande
interesse, anche perché tende a fondere sempre il
motivo politico con quello più propriamente
letterario. È però attratto dai giovani che
seguono Monti: Leone Ginzburg, Norberto Bobbio,
Tullio Pinelli, Massimo Mila, i quali non
aderiscono né al movimento di Strapaese (legato
al fascismo) né a quello di Stracittà (movimento
apparentemente progressivo ma in realtà anch’esso
trincerato dietro lo scudo fascista), in
opposizione ai quali essi coniano la sigla
Strabarriera.
Cesare trova gusto nelle discussioni, si trova a
suo agio nelle trattorie, assieme agli operai, ai
venditori ambulanti, alla gente qualunque: molti
di questi saranno un giorno protagonisti dei suoi
romanzi. Ha la sensazione di essere giovane,
rinato e, negli ultimi anni dell’Università,
nella sua vita privata entra colei che sarà al
centro della sua anima, "la donna dalla voce
rauca". Cesare appare addirittura
trasformato: per tutto il tempo durante il quale
ha la sensazione che questa donna gli sia vicina,
diventa cordiale, umano, affettuoso, aperto al
colloquio con gli altri. Quella donna gli riporta
l’incanto dell’infanzia, il suo viso, quando
non la sente sua non è più il mattino chiaro, è
una nube, ma una nube dolcissima e, anche se vive
altrove, gli riflette sempre "lo sfondo
antico". Quelle colline e quel cielo tornano
ancora umanissimi come il "dolce incavo della
sua bocca".
Nel 1930 (a soli ventidue anni) si laurea con una
tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt
Whitman e comincia a lavorare alla rivista
"La cultura", insegnando in scuole
serali e private, dedicandosi alla traduzione
della letteratura inglese e americana nella quale
acquisisce ben presto fama e notorietà. Gli anni
del liceo e poi dell’università portano nella
vita del ragazzo solitario il suggello dell’amicizia:
tutto contribuisce ad umanizzare le sue rabbiose
letture: le dispute letterarie, l’eccitante
accostamento al mondo vietato della politica, i
caffè concerto, i miti sfolgoranti dell’industria
cinematografica, le marce in collina, le vogate
sul Po che rinvigoriscono il suo corpo,
precocemente squassato dall’asma. In confronto
al paese, la città si presenta come una grande
fiera, come una festa continua. Di giorno la vita
è piena, i negozi sono tanti, i tram sferragliano
e dovunque si ascolta musica.
Nel 1931 muore la madre, pochi mesi dopo la
laurea: per l’ammirazione mai manifestata e per
il rimorso di non aver mai saputo dimostrare il
suo affetto e la sua tenerezza per lei, la sua
morte segna un altro solco amaro nella vita dello
scrittore. Rimasto solo, si trasferisce nell’abitazione
della sorella Maria, presso la quale resterà fino
alla morte.
Intanto sempre nel 1931 viene stampata a Firenze
la sua prima traduzione: Il nostro signor Wrenn di
Sinclair Lewis . Il mestiere di traduttore ha tale
importanza non solo nella vita di Pavese ma per
tutta la cultura, da aprire uno spiraglio ad un
periodo nuovo nella narrativa italiana. Con le sue
traduzioni, egli dà la misura di quanto sia
grande la sua ansia di libertà, la sua esigenza
di rompere lo schema delle retoriche
nazionalistiche ed aprire a sé e agli altri nuovi
orizzonti culturali, capaci di smuovere quelle
incrostazioni vecchie e nuove che avevano fatto
ammalare la società italiana. Egli vuole
presentare coscientemente "il gigantesco
teatro dove, con maggior franchezza che altrove,
veniva recitato il dramma di tutti". Il
fascismo negava ogni iniziativa alle grandi masse,
condannava ed impediva gli scioperi, mentre in
quei romanzi americani si leggeva la possibilità
di creare nuovi rapporti sociali.
Contro la monotonia della prosa d’arte e
diversamente dall’ermetismo, Pavese dimostrava
come il contatto con le grandi masse americane
attraverso quei romanzi vivificasse anche il
linguaggio, con l’inserimento della parlata
popolare, sì da renderlo congeniale con i nuovi
contenuti. Di tutti, quello che diventa la
coscienza del suo destino è Peter Mathiessen (lo
scrittore della Natura: Il leopardo delle nevi, L’albero
dove è nato l’uomo, Il silenzio africano), per
la comune ricerca del linguaggio, per il senso
tragico e per il considerare inutile la vita,
nonché per l’estremo gesto suicida.
Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi al cui
progetto Pavese partecipa con entusiasmo per l’amicizia
che lo lega a Giulio: questi sono gli anni dei
suoi momenti migliori con "la donna dalla
voce rauca", una intellettuale laureata in
matematica e fortemente impegnata nella lotta
antifascista: Cesare accetta di far giungere al
proprio domicilio lettere fortemente
compromettenti sul piano politico: scoperto, non
fa il nome della donna e il 15 maggio 1935 viene
condannato per sospetto antifascismo a tre anni di
confino da scontare a Brancaleone Calabro. Tre
anni che si ridurranno poi a meno di uno, per
richiesta di grazia: torna infatti dal confino nel
marzo del 1936, ma questo ritorno coincide con un’amara
delusione: l’abbandono della donna e il
matrimonio di lei con un altro. L’esperienza
(che sarà il soggetto del suo primo romanzo, Il
carcere), e la delusione giocano insieme per farlo
sprofondare in una crisi grave e profonda, che per
anni lo terrà avvinto alla tentazione dolorosa e
sempre presente del suicidio.
Si richiude in un isolamento forse peggiore di
quello adolescenziale ma ancora una volta a
salvarlo è la letteratura, il suo "valere
alla penna".
Nel 1936 compare a Firenze, per le edizioni
Solaria, la prima raccolta di poesie Lavorare
stanca che comprendeva le poesie scritte dal 1931
al 1935 e che fu letta da pochi. Una seconda
edizione, comprendente anche le poesie scritte
fino al 1940, fu pubblicata nel 1942 da Einaudi.
In quegli anni scrive ancora racconti, romanzi
brevi, saggi: sembra aver riacquistato la fiducia
in se stesso e nella vita e, soprattutto
frequentando gli intellettuali antifascisti della
sua città, pare aver maturato anche una coscienza
politica. Tuttavia non partecipa né alla guerra
né alla Resistenza: chiamato alle armi, viene
dimesso perché malato di asma.
Destinato a Roma per aprire una sede della
Einaudi, si trova isolato e in lui prevale la
ripugnanza fisica per la violenza, per gli orrori
che la guerra comporta e si rifugia nel Monferrato
presso la sorella, dove vivrà per due anni
"recluso tra le colline" con un accenno
di crisi religiosa e soprattutto con la certezza
di essere diverso, di non sapere partecipare alla
vita, di non riuscire ad essere attivo e presente,
di non essere capace di avere ideali concreti per
vivere (motivi che ritorneranno nel Corrado de La
casa in collina e che in un certo senso riportano
alla inettitudine sveviana e quindi al
decadentismo).
Dopo la fine della guerra si iscrive al Partito
comunista ma anche questa scelta, come la crisi
religiosa, altro non era se non un ennesimo
equivoco, una nuova maniera di prendere in giro se
stesso, di illudersi di possedere quella capacità
di aderenza alle cose, alle scelte, all’impegno
che invece gli mancavano. La sua probabilmente era
una sorta di tentativo di riparazione, di voglia
di mettere a posto la coscienza e del resto ancora
il suo impegno è sempre letterario: scrive
articoli e saggi di ispirazione etico-civile,
riprende il suo lavoro editoriale, riorganizzando
la casa editrice Einaudi, si interessa di
mitologia e di etnologia, elaborando la sua teoria
sul mito, concretizzata nei Dialoghi con Leucò.
Recatosi a Roma per lavoro ( dove soggiornerà per
un periodo stabilmente, a parte qualche periodica
evasione nelle Langhe) conosce una giovane
attrice: Constance Dowling. È di nuovo l’amore.
La giovane con le sue efelidi rosse e forse in
qualche modo con una sincera ammirazione per un
uomo ormai famoso e noto, ricco di intelletto e
capace di una forte emotività, accende ancora una
volta Cesare, ma poi va via, lo abbandona.
Costance torna in America e Pavese scrive Verrà
la morte e avrà i tuoi occhi….
A questo secondo abbandono, alle crisi politiche e
religiose che riprendono a sconvolgerlo, allo
sgomento e all’angoscia che lo assalgono
nonostante i successi letterari ( nel 1938 Il
compagno vince il premio Salento; nel 1949 La
bella estate ottiene il premio Strega; pubblica La
luna e i falò, considerato il suo miglior
racconto) alla nuova ondata di solitudine e di
senso di vuoto non riesce più a reagire.
Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido
si toglie la vita in una camera dell' albergo Roma
di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici.
È il 27 agosto del 1950. Solo un'annotazione,
sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul
comodino della stanza "Perdono tutti e a
tutti chiedo perdono...".
Aveva solo 42 anni. |
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